Alexander Grothendieck nasce a Berlino il 28 Marzo 1928. Il padre, Sascha Shapiro, anarchico di origine russa, ebbe parte attiva nei movimenti rivoluzionari rima in Russia e poi in Germania, negli anni ’20, dove incontrò Hanka Grothendieck, la madre di Alexander. Dopo l’avvento del nazismo la Germania era troppo pericolosa per un rivoluzionario ebreo e la coppia si trasferì in Francia, lasciando Alexander in affidamento ad una famiglia presso Amburgo. Nel 1936, durante la guerra civile spagnola, il padre di Alexander si associò agli anarchici nella resistenza contro Franco. Nel 1939, Alexander raggiunse i genitori in Francia ma il padre fu arrestato e – anche in seguito alle leggi razziali, promulgate dal governo di Vichy nel 1940 – mandato ad Auschwitz dove morì nel 1942. Hanka ed Alexander Grothendieck furono anch’essi deportati ma scamparono all’eccidio. Alexander riuscì a frequentare il liceo al Collège Cévenol in Chambon-sur-Lignon alloggiando nella casa Secours Suisse per bambini rifugiati, separatamente dalla madre, era però costretto a scappare nei boschi ad ogni rastrellamento della Gestapo. Fu poi studente all’Università di Montpellier e nell’autunno del 1948 arrivò a Parigi con una lettera di presentazione per élie Cartan. Fu quindi accettato all’école Normale Supérieure come auditeur libre per l’anno 1948-49 assistendo al debutto della topologia algebrica presso il seminario di Henri Cartan (figlio di élie). I primi interessi di Grothendieck furono però rivolti all’analisi funzionale e su consiglio di Cartan si trasferì a Nancy. Sotto la guida di J. Dieudonné e L. Schwartz nel 1953 conseguì il dottorato. Grothendieck, negli anni del Liceo e all’Università, ebbe ben poca soddisfazione dai corsi e programmi d’insegnamento istituzionali e non si può dire che fu uno studente modello. La sua curiosità, unita all’insoddisfazione, lo spinse a sviluppare indipendentemente, non ancora ventenne, una teoria della misura e dell’integrazione che poi apprese, a Parigi, esser già stata scritta da Lebesgue. “Ho appreso allora nella solitudine quel che è essenziale nel mestiere di matematico – quello che nessun maestro può veramente insegnare” così Grothendieck. Il periodo ufficialmente produttivo di Grothendieck, attestato da una mole impressionante di scritti, si colloca nell’arco degli anni 1950-70. Se gli argomenti di ricerca dei primi anni ’50 furono di analisi funzionale, i grandi temi della geometria algebrica, i suoi fondamenti, come la ridefinizione stessa del concetto di spazio, sono alla base delle ricerche degli anni 1957-70. Nel 1959, divenuto professore presso il nascente Institut des Hautes études Scientifiques (IHES) a Bures, vicino a Parigi, anima un seminario nel quale suggerisce e propone a studenti e colleghi – con una generosità esemplare – le sue idee di ricerca, condividendo senza riserve il suo entusiasmo e la sua creatività. In questi primi anni anche i contatti frequenti ed intensi con Jean Pierre Serre, come testimonia la loro corrispondenza, sono una sorgente d’ispirazione e un mutuo scambio d’idee. Nel decennio 1959-69 i suoi risultati sono principalmente diffusi, da una parte, come ´ Eléments de Géométrie Algébrique (EGA) – redatti in collaborazione con Dieudonné – e con l’aiuto dei partecipanti al Séminaire de Géométrie Algébrique (SGA) mediante le note al seminario, e dall’altra in Exposés al seminario Bourbaki. Nel progetto iniziale di Grothendieck il Séminaire era da considerarsi una forma preliminare degli ´ Eléments destinata ad essere inglobata in questi ultimi, che vengono inizialmente pubblicati dall’IHES in svariati poderosi tomi. Nel 1966 riceve la Fields Medal (il massimo riconoscimento per un matematico). Nel 1970 Grothendieck, all’età di 42 anni, abbandona la scena ufficiale. Le motivazioni che lo spingono a ritirarsi dal mondo accademico sono molteplici, ma certamente il suo radicale antimilitarismo è una ragione dichiarata. Infatti, si accorge che l’IHES riceve fondi dal ministero della difesa – da oltre tre anni a sua insaputa – e come tutta risposta abbandona l’Institut e lo diffida dalla pubblicazione di EGA e SGA, assegnando la riedizione di quest’ultimi alla Springer-Verlag. Avendo vissuto da rifugiato, con passaporto delle Nazioni Unite, senza cittadinanza – i suoi documenti ufficiali sparirono nell’apocalisse nazista – dà vita al movimento pacifista ed ambientalista Survivre. Negli anni della guerra in Vietnam e della proliferazione degli armamenti nucleari – come per altro anche nel nostro panorama attuale di conflitti sempre vivi – il pacifismo di Grothendieck appare come un’assunzione di responsabilità significativa e non trascurabile dalle istituzioni coinvolte che, al contrario, anche oggi continuano a ricevere i suddetti finanziamenti. Successivamente a tale scelta Grothendieck trascorre un paio d’anni al Collége de France, poi a Orsay ed infine, nel 1973, ritorna all’Università di Montpellier, rifiutando il Crafoord Prize nel 1988, anno del suo pensionamento. In questi ultimi anni, ritiratosi a vita privata presso Mormoiron, in campagna, avendo rinunciato a viaggiare, si dedica alla corrispondenza e alla redazione di Récoltes et Semailles, una lunga riflessione e testimonianza sul suo passato di matematico, nelle parole di Grothendieck, una lunga meditazione sulla vita ovvero “dell’avventura interiore che è stata e che è questa mia vita.” Ho ricevuto alcune parti di Récoltes et Semailles nel 1991, insieme ad una lettera di Grothendieck nella quale mi ha anche indicato Aldo Andreotti come “un buon amico e una persona veramente preziosa: son giunto ad apprezzare le sue qualità peculiari molto più adesso che è mancato che negli anni ’50 e ’60 quando era ancora in vita.” Non sono a conoscenza di matematici italiani che abbiano collaborato con Grothendieck in quegli anni, la scuola italiana ha assimilato molto lentamente i suoi metodi algebrici in geometria, anche se in parte hanno radici italiane, in Severi e Barsotti, ad esempio. La Présentation des Thèmes di Récoltes et Semailles è la preziosa fonte – unitamente alla suddetta lettera – per alcune considerazioni precedenti e il canovaccio per un affresco del suo pensiero matematico che ora mi accingo a delineare. L’eccellenza di Grothendieck, il suo genio matematico, è ben riconoscibile nella sua propensione naturale a palesare dei temi visibilmente cruciali che nessuno aveva evidenziato o riconosciuto. La sua fecondità ha radici profonde e si esprime attraverso linguaggi sempre nuovi, emerge come un torrente di nuove nozioni-astrazioni ed enunciati-formulazioni. Ben spesso enunciati così perfettamente formulati da una immaginazione fervida e implacabile son risultati essere il fondamento di una intera teoria che Grothendieck stesso ha delineato, sviluppato e compiuto, ed in altri casi solo indicato. Questa sua propensione alla creazione della matematica, prima ancora che alla soluzione dei problemi matematici, rende Grothendieck un matematico estremamente particolare e stravagante, se intendiamo la destrezza atematica come la capacità dell’uomo di risolvere problemi. Il profano che si accosta all’opera matematica di Grothendieck dovrà abbandonare il senso comune che guarda al matematico come un problem solver e provare veramente a guardar la matematica come un’arte e il matematico come un artista. Un’arte del tutto particolare, per la quale le invenzioni si mutuano con le dimostrazioni ovvero l’immaginazione si deve accordare con la ragione e le sue opere sono teorie in un intreccio, un disegno, che permette sempre di cogliere un’unità nella molteplicità. Come Grothendieck stesso scrive “è in questo atto di passare oltre, del non restare rinchiusi in un circolo imperativo che noi ci fissiamo, è innanzitutto in quest’atto solitario che si trova la creazione.” Per Grothendieck, le teorie matematiche sono anche opportunità per la riflessione in senso lato e un esercizio meditativo, una forma di contemplazione che accompagna la nostra avventura interiore. La matematica è quindi uno yoga che si diversifica e prolifera teorie differenti ma che ha fondamenta ben solidamente unitarie. Il differenziarsi di questi temi vecchi e nuovi s’intreccia anche ad una storia delle idee alle quali questi sono ispirati. Nelle parole di Grothendieck stesso, vi sono tradizionalmente tre aspetti delle cose che sono oggetto della riflessione matematica: il numero o l’aspetto aritmetico, la misura o l’aspetto metrico (o analitico) e la forma o l’aspetto geometrico. “Nella maggior parte dei casi studiati in matematica, questi tre aspetti sono presenti simultaneamente e in stretta interazione.” Nel seguito esamineremo alcuni di questi temi propri della geometria algebrica nella prospettiva che Grothendieck ha svelato. Un occhio che predilige la forma e la struttura e quindi l’aspetto geometrico ed aritmetico, in una visione unificatrice che ha dato vita ad una nuova geometria: la geometria aritmetica.
Possiamo affermare che il numero è atto ad afferrare la struttura
degli aggregati discontinui o discreti: i sistemi, sovente
finiti, formati da elementi o oggetti per così dire isolati gli
uni in rapporto agli altri, senza nessun principio di passaggio
continuo da l’uno all’altro. La grandezza al contrario è
la qualità per eccellenza, suscettibile di variazione continua;
attraverso ciò, è atta ad afferrare le strutture e i fenomeni
continui: i movimenti, gli spazi, le varietà di tutti i generi, i
campi di forza etc. Così, l’aritmetica appare (grosso modo)
come la scienza delle strutture discrete, e l’analisi, come la
scienza delle strutture continue.
Quanto alla geometria, possiamo affermare che dopo più
di duemila anni che esiste sotto forma di una scienza nel
senso moderno del termine, è a cavallo di questi due tipi
di strutture, quelle discrete e quelle continue. D’altronde,
per lungo tempo, non vi è stato veramente un “divorzio”
tra due geometrie che sarebbero state di natura differente,
una discreta e l’altra continua. Piuttosto, ci sono stati due
punti di vista diversi nell’investigazione delle stesse figure
geometriche: una mettendo l’accento sulle proprietà discrete
[...] l’altra sulle proprietà continue [...].
è alla fine dell’800 che apparve un divorzio, con l’avvento
e lo sviluppo di ciò che talvolta si è indicato come la geometria
(algebrica) astratta. Grosso modo, questa ebbe come
scopo quello d’introdurre, per ogni numero primo p, una geometria
(algebrica) di caratteristica p, ricalcata sul modello
(continuo) della geometria (algebrica) ereditata dai secoli
precedenti, ma in un contesto, tuttavia, che apparve come
irriducibilmente discontinuo, discreto. Questi nuovi oggetti
geometrici, sono diventati sempre più importanti all’inizio del
’900, e questo, in modo particolare, in vista della loro stretta
relazione con l’aritmetica [...] Sembrerebbe essere una delle
idee direttrici nell’opera di AndréWeil [...] è in questo spirito
che egli ha formulato, nel 1949, le celebri congetture di Weil.
Congetture assolutamente sbalorditive, in verità, che fanno
intravedere, per queste nuove varietà (o spazi) di natura discreta,
la possibiltà di certi tipi di costruzioni e di argomenti
che fino a quel momento sembravano pensabili solamente nel
quadro dei soli spazi considerati come degni di questo nome
dagli analisti [...]
Possiamo ritenere che la nuova geometria è innanzitutto,
una sintesi tra questi due mondi [...] il mondo aritmetico [...]
e il mondo della grandezza continua [...]. In questa nuova visione,
i due mondi un tempo separati, ne formano solo uno.
Questa visione unificatrice s’è incarnata nei concetti di schema e topos svelando strutture nascoste: la ricchezza geometrica del mondo discreto è venuta alla luce in tutta la sua bellezza e articolazione, permettendo così la dimostrazione delle suddette congetture di Weil da parte di Grothendieck stesso e di Pierre Deligne, un suo allievo. Il concetto di schema costituisce un vasto ingrandimento o generalizzazione del concetto di varietà algebrica così come era stata studiata dalla scuola italiana e tedesca dei primi anni del novecento. L’idea di schema di Grothendieck e le linee fondamentali di una teoria degli schemi, mediante il concetto di morfismo tra essi ovvero di opportune trasformazioni di schemi, risalgono agli anni 1957–58 e vengono brevemente esemplificate al congresso mondiale dei matematici ad Edimburgo nel 1958. Proprio il concetto di fascio – già introdotto e studiato da Leray e Serre – risulta qui essenziale in quanto permette di ricostruire un dato globale a partire da un ventaglio di dati locali e consente ragionamenti di tipo continuo in ambito discreto. Se la geometria algebrica è lo studio delle equazioni polinomiali e dei luoghi geometrici definiti da queste la teoria dei fasci e degli schemi è l’agile e naturale linguaggio nel quale esprimerla fedelmente, linguaggio atto ad esplicitare finemente la struttura intima di questi enti geometrici.
Montpellier, 19 aprile 1988
Caro Professor Ganelius, la ringrazio per la sua lettera del
13 aprile, che ho ricevuto oggi, e per il telegramma. Il premio
Crafoord insignitomi insieme a Pierre Deligne (che fu mio
studente) quest’anno dall’Accademia reale svedese, accompagnato
da un’ingente somma di denaro, mi ha molto onorato.
Tuttavia, mi rincresce informarla che non desidero accettare
questo premio, come nessun altro, per le seguenti ragioni:
1) Lo stipendio di professore e la pensione, che inizierà dal
prossimo ottobre, sono più che adeguati ai miei bisogni materiali
e a quelli dei miei dipendenti; per cui non mi occorre
denaro. Quanto alle onorificenze conferite ad alcuni dei miei
lavori sui fondamenti, sono convinto che solo il tempo darà
prova della fertilità di nuove idee o visioni. La fertilità si
misura con il risultato e non con un riconoscimento.
2) Noto, inoltre, che tutti i ricercatori di alto livello, ai
quali un prestigioso premio come quello Crafoord è indirizzato,
hanno una posizione sociale che dà loro più ricchezza
materiale e più prestigio scientifico di quanto sia necessario,
con il potere e i privilegi che ne conseguono. Eppure, non
è chiaro che la sovrabbondanza di alcuni è possibile solo al
costo delle necessità altrui?
3) Il lavoro che mi ha portato alla cortese attenzione della
Accademia lo terminai venticinque anni fa, quando facevo
parte della comunità scientifica ed essenzialmente ne condividevo
lo spirito e i valori. Sono uscito da quell’ambiente nel
1970 e, sebbene la ricerca scientifica abbia continuato ad appassionarmi,
interiormente mi sono ritirato sempre più dal
“milieu” scientifico. Nel frattempo, l’etica della comunità
scientifica (perlomeno dei matematici) è decaduta al punto
che il furto dichiarato tra colleghi (specialmente alle spese di
coloro i quali non sono in condizione di difendersi) è quasi
diventato la norma ed è, a ogni modo, tollerato da tutti,
persino nei casi più evidenti e iniqui. A queste condizioni,
accettare di partecipare al gioco dei premi e delle onorificenze
significherebbe anche dare la mia approvazione a uno spirito
e a una tendenza nel mondo scientifico che io considero come
essere fondamentalmente malsana e per di più condannata a
scomparire presto, essendo tale spirito e tendenza così rovinosi,
spiritualmente, intellettualmente e materialmente.
La terza ragione è per me di gran lunga la più importante,
anche se non va intesa, in nessun modo, come una critica
all’Accademia reale e al come intende amministrare i suoi
secolo
degli eventi totalmente imprevisti cambieranno completamente
il nostro concetto di “scienza” e dei suoi obiettivi e lo
spirito con cui il lavoro scientifico è svolto. Certamente, a
quel tempo l’Accademia reale sarà fra le istituzioni e le persone
che giocheranno un ruolo importante in questo rinnovamento
senza precedenti, dopo un equivalente collasso della
civiltà senza precedenti. Mi dispiace dell’inconveniente che
può aver causato a lei e all’Accademia reale il mio rifiuto
di ricevere il premio Crafoord, soprattutto per il fatto che
il premio era già stato pubblicizzato prima che i candidati
avessero accettato. Tuttavia, non ho mai rinunciato ad esprimere
la mia opinione sulla comunità scientifica e sulla
“scienza ufficiale” di oggi nota alla stessa comunità e specialmente
ai miei vecchi amici e ai miei giovani studenti del
mondo matematico. Ciò che penso si trova in Récoltes et
Semailles, una lunga riflessione sulla mia vita di matematico,
sulla creatività in generale e sulla creatività scientifica
in particolare; questo saggio è diventato inaspettatamente un
ritratto dei principi morali del mondo matematico dal 1950
fino a oggi. In attesa che venga pubblicato sotto forma di libro,
un’edizione provvisoria di duecento copie è stata spedita
ai colleghi matematici, principalmente ai geometri algebrici
(che adesso mi fanno onore commemorandomi). In un plico
a parte, le invio le due parti introduttive per sua informazione
personale. Di nuovo ringrazio lei e l’Accademia reale svedese
e porgo le mie scuse per l’inconveniente non voluto. La prego
di accettare i miei più sentiti omaggi.
A. Grothendieck