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Se incontri il Buddha uccidilo: devi vivere libero da ogni dogma.


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Alexander Grothendieck nasce a Berlino il 28 Marzo 1928. Il padre, Sascha Shapiro, anarchico di origine russa, ebbe parte attiva nei movimenti rivoluzionari rima in Russia e poi in Germania, negli anni ’20, dove incontrò Hanka Grothendieck, la madre di Alexander. Dopo l’avvento del nazismo la Germania era troppo pericolosa per un rivoluzionario ebreo e la coppia si trasferì in Francia, lasciando Alexander in affidamento ad una famiglia presso Amburgo. Nel 1936, durante la guerra civile spagnola, il padre di Alexander si associò agli anarchici nella resistenza contro Franco. Nel 1939, Alexander raggiunse i genitori in Francia ma il padre fu arrestato e – anche in seguito alle leggi razziali, promulgate dal governo di Vichy nel 1940 – mandato ad Auschwitz dove morì nel 1942. Hanka ed Alexander Grothendieck furono anch’essi deportati ma scamparono all’eccidio. Alexander riuscì a frequentare il liceo al Collège Cévenol in Chambon-sur-Lignon alloggiando nella casa Secours Suisse per bambini rifugiati, separatamente dalla madre, era però costretto a scappare nei boschi ad ogni rastrellamento della Gestapo. Fu poi studente all’Università di Montpellier e nell’autunno del 1948 arrivò a Parigi con una lettera di presentazione per élie Cartan. Fu quindi accettato all’école Normale Supérieure come auditeur libre per l’anno 1948-49 assistendo al debutto della topologia algebrica presso il seminario di Henri Cartan (figlio di élie). I primi interessi di Grothendieck furono però rivolti all’analisi funzionale e su consiglio di Cartan si trasferì a Nancy. Sotto la guida di J. Dieudonné e L. Schwartz nel 1953 conseguì il dottorato. Grothendieck, negli anni del Liceo e all’Università, ebbe ben poca soddisfazione dai corsi e programmi d’insegnamento istituzionali e non  si può dire che fu uno studente modello. La sua curiosità, unita all’insoddisfazione, lo spinse a sviluppare indipendentemente, non ancora ventenne, una teoria della misura e dell’integrazione che poi apprese, a Parigi, esser già stata scritta da Lebesgue. “Ho appreso allora  nella solitudine quel che è essenziale nel mestiere di matematico – quello che nessun maestro può veramente insegnare” così Grothendieck. Il periodo ufficialmente produttivo di Grothendieck, attestato da una mole impressionante di scritti, si colloca nell’arco degli anni 1950-70. Se gli argomenti di ricerca dei primi anni ’50 furono di analisi funzionale, i grandi temi della geometria algebrica, i suoi fondamenti, come la ridefinizione stessa del concetto di spazio, sono alla base delle ricerche degli anni 1957-70. Nel 1959, divenuto professore presso il nascente Institut des Hautes études Scientifiques (IHES) a Bures, vicino a Parigi, anima un seminario nel quale suggerisce e propone a studenti e colleghi – con una generosità esemplare – le sue idee di ricerca, condividendo senza riserve il suo entusiasmo e la sua creatività. In questi primi anni anche i contatti frequenti ed intensi con Jean Pierre Serre, come testimonia la loro corrispondenza, sono una sorgente d’ispirazione e un mutuo scambio d’idee. Nel decennio 1959-69 i suoi risultati sono principalmente diffusi, da una parte, come ´ Eléments de Géométrie Algébrique (EGA) – redatti in collaborazione con Dieudonné – e con l’aiuto dei partecipanti al Séminaire de Géométrie Algébrique (SGA) mediante le note al seminario, e dall’altra in Exposés al seminario Bourbaki. Nel progetto iniziale di Grothendieck il Séminaire era da considerarsi una forma preliminare degli ´ Eléments destinata ad essere inglobata in questi ultimi, che vengono inizialmente pubblicati dall’IHES in svariati poderosi tomi. Nel 1966 riceve la Fields Medal (il massimo riconoscimento per un matematico). Nel 1970 Grothendieck, all’età di 42 anni, abbandona la scena ufficiale. Le motivazioni che lo spingono a ritirarsi dal mondo accademico sono molteplici, ma certamente il suo radicale antimilitarismo è una ragione dichiarata. Infatti, si accorge che l’IHES riceve fondi dal ministero della difesa – da oltre tre anni a sua insaputa – e come tutta risposta abbandona l’Institut e lo diffida dalla pubblicazione di EGA e SGA, assegnando la riedizione di quest’ultimi alla Springer-Verlag. Avendo vissuto da rifugiato, con passaporto delle Nazioni Unite, senza cittadinanza – i suoi documenti ufficiali sparirono nell’apocalisse nazista – dà vita al movimento pacifista ed ambientalista Survivre. Negli anni della guerra in Vietnam e della proliferazione degli armamenti nucleari – come per altro anche nel nostro panorama attuale di conflitti sempre vivi – il pacifismo di Grothendieck appare come un’assunzione di responsabilità significativa e non trascurabile dalle istituzioni coinvolte che, al contrario, anche oggi continuano a ricevere i suddetti finanziamenti. Successivamente a tale scelta Grothendieck trascorre un paio d’anni al Collége de France, poi a Orsay ed infine, nel 1973, ritorna all’Università di Montpellier, rifiutando il Crafoord Prize nel 1988, anno del suo pensionamento. In questi ultimi anni, ritiratosi a vita privata presso Mormoiron, in campagna, avendo rinunciato a viaggiare, si dedica alla corrispondenza e alla redazione di Récoltes et Semailles, una lunga riflessione e testimonianza sul suo passato di matematico, nelle parole di Grothendieck, una lunga meditazione sulla vita ovvero “dell’avventura interiore che è stata e che è questa mia vita.” Ho ricevuto alcune parti di Récoltes et Semailles nel 1991, insieme ad una lettera di Grothendieck nella quale mi ha anche indicato Aldo Andreotti come “un buon amico e una persona veramente preziosa: son giunto ad apprezzare le sue qualità peculiari molto più adesso che è mancato che negli anni ’50 e ’60 quando era ancora in vita.” Non sono a conoscenza di matematici italiani che abbiano collaborato con Grothendieck in quegli anni, la scuola italiana ha assimilato molto lentamente i suoi metodi algebrici in geometria, anche se in parte hanno radici italiane, in Severi e Barsotti, ad esempio. La Présentation des Thèmes di Récoltes et Semailles è la preziosa fonte – unitamente alla suddetta lettera – per alcune considerazioni precedenti e il canovaccio per un affresco del suo pensiero matematico che ora mi accingo a delineare. L’eccellenza di Grothendieck, il suo genio matematico, è ben riconoscibile nella sua propensione naturale a palesare dei temi visibilmente cruciali che nessuno aveva evidenziato o riconosciuto. La sua fecondità ha radici profonde e si esprime attraverso linguaggi sempre nuovi, emerge come un torrente di nuove nozioni-astrazioni ed enunciati-formulazioni. Ben spesso enunciati così perfettamente formulati da una immaginazione fervida e implacabile son risultati essere il fondamento di una intera teoria che Grothendieck stesso ha delineato, sviluppato e compiuto, ed in altri casi solo indicato. Questa sua propensione alla creazione della matematica, prima ancora che alla soluzione dei problemi matematici, rende Grothendieck un matematico estremamente particolare e stravagante, se intendiamo la destrezza atematica come la capacità dell’uomo di risolvere problemi. Il profano che si accosta all’opera matematica di Grothendieck dovrà abbandonare il senso comune che guarda al matematico come un problem solver e provare veramente a guardar la matematica come un’arte e il matematico come un artista. Un’arte del tutto particolare, per la quale le invenzioni si mutuano con le dimostrazioni ovvero l’immaginazione si deve accordare con la ragione e le sue opere sono teorie in un intreccio, un disegno, che permette sempre di cogliere un’unità nella molteplicità. Come Grothendieck stesso scrive “è in questo atto di passare oltre, del non restare rinchiusi in un circolo imperativo che noi ci fissiamo, è innanzitutto in quest’atto solitario che si trova la creazione.” Per Grothendieck, le teorie matematiche sono anche opportunità per la riflessione in senso lato e un esercizio meditativo, una forma di contemplazione che accompagna la nostra avventura interiore. La matematica è quindi uno yoga che si diversifica e prolifera teorie differenti ma che ha fondamenta ben solidamente unitarie. Il differenziarsi di questi temi vecchi e nuovi s’intreccia anche ad una storia delle idee alle quali questi sono ispirati. Nelle parole di Grothendieck stesso, vi sono tradizionalmente tre aspetti delle cose che sono oggetto della riflessione matematica: il numero o l’aspetto aritmetico, la misura o l’aspetto metrico (o analitico) e la forma o l’aspetto geometrico. “Nella maggior parte dei casi studiati in matematica, questi tre aspetti sono presenti simultaneamente e in stretta interazione.” Nel seguito esamineremo alcuni di questi temi propri della geometria algebrica nella prospettiva che Grothendieck ha svelato. Un occhio che predilige la forma e la struttura e quindi l’aspetto geometrico ed aritmetico, in una visione unificatrice che ha dato vita ad una nuova geometria: la geometria aritmetica.

Possiamo affermare che il numero è atto ad afferrare la struttura
degli aggregati discontinui o discreti: i sistemi, sovente
finiti, formati da elementi o oggetti per così dire isolati gli
uni in rapporto agli altri, senza nessun principio di passaggio
continuo da l’uno all’altro. La grandezza al contrario è
la qualità per eccellenza, suscettibile di variazione continua;
attraverso ciò, è atta ad afferrare le strutture e i fenomeni
continui: i movimenti, gli spazi, le varietà di tutti i generi, i
campi di forza etc. Così, l’aritmetica appare (grosso modo)
come la scienza delle strutture discrete, e l’analisi, come la
scienza delle strutture continue.
Quanto alla geometria, possiamo affermare che dopo più
di duemila anni che esiste sotto forma di una scienza nel
senso moderno del termine, è a cavallo di questi due tipi
di strutture, quelle discrete e quelle continue. D’altronde,
per lungo tempo, non vi è stato veramente un “divorzio”
tra due geometrie che sarebbero state di natura differente,
una discreta e l’altra continua. Piuttosto, ci sono stati due
punti di vista diversi nell’investigazione delle stesse figure
geometriche: una mettendo l’accento sulle proprietà discrete
[...] l’altra sulle proprietà continue [...].
è alla fine dell’800 che apparve un divorzio, con l’avvento
e lo sviluppo di ciò che talvolta si è indicato come la geometria
(algebrica) astratta. Grosso modo, questa ebbe come
scopo quello d’introdurre, per ogni numero primo p, una geometria
(algebrica) di caratteristica p, ricalcata sul modello
(continuo) della geometria (algebrica) ereditata dai secoli
precedenti, ma in un contesto, tuttavia, che apparve come
irriducibilmente discontinuo, discreto. Questi nuovi oggetti
geometrici, sono diventati sempre più importanti all’inizio del
’900, e questo, in modo particolare, in vista della loro stretta
relazione con l’aritmetica [...] Sembrerebbe essere una delle
idee direttrici nell’opera di AndréWeil [...] è in questo spirito
che egli ha formulato, nel 1949, le celebri congetture di Weil.
Congetture assolutamente sbalorditive, in verità, che fanno
intravedere, per queste nuove varietà (o spazi) di natura discreta,
la possibiltà di certi tipi di costruzioni e di argomenti
che fino a quel momento sembravano pensabili solamente nel
quadro dei soli spazi considerati come degni di questo nome
dagli analisti [...]
Possiamo ritenere che la nuova geometria è innanzitutto,
una sintesi tra questi due mondi [...] il mondo aritmetico [...]
e il mondo della grandezza continua [...]. In questa nuova visione,
i due mondi un tempo separati, ne formano solo uno.

 

Questa visione unificatrice s’è incarnata nei concetti di schema e topos svelando strutture nascoste: la ricchezza geometrica del mondo discreto è venuta alla luce in tutta la sua bellezza e articolazione, permettendo così la dimostrazione delle suddette congetture di Weil da parte di Grothendieck stesso e di Pierre Deligne, un suo allievo. Il concetto di schema costituisce un vasto ingrandimento o generalizzazione del concetto di varietà algebrica così come era stata studiata dalla scuola italiana e tedesca dei primi anni del novecento. L’idea di schema di Grothendieck e le linee fondamentali di una teoria degli schemi, mediante il concetto di morfismo tra essi ovvero di opportune trasformazioni di schemi, risalgono agli anni 1957–58 e vengono brevemente esemplificate al congresso mondiale dei matematici ad Edimburgo nel 1958. Proprio il concetto di fascio – già introdotto e studiato da Leray e Serre – risulta qui essenziale in quanto permette di ricostruire un dato globale a partire da un ventaglio di dati locali e consente ragionamenti di tipo continuo in ambito discreto. Se la geometria algebrica è lo studio delle equazioni polinomiali e dei luoghi geometrici definiti da queste la teoria dei fasci e degli schemi è l’agile e naturale linguaggio nel quale esprimerla fedelmente, linguaggio atto ad esplicitare finemente la struttura intima di questi enti geometrici. 


 
Montpellier, 19 aprile 1988
Caro Professor Ganelius, la ringrazio per la sua lettera del
13 aprile, che ho ricevuto oggi, e per il telegramma. Il premio
Crafoord insignitomi insieme a Pierre Deligne (che fu mio
studente) quest’anno dall’Accademia reale svedese, accompagnato
da un’ingente somma di denaro, mi ha molto onorato.
Tuttavia, mi rincresce informarla che non desidero accettare
questo premio, come nessun altro, per le seguenti ragioni:
1) Lo stipendio di professore e la pensione, che inizierà dal
prossimo ottobre, sono più che adeguati ai miei bisogni materiali
e a quelli dei miei dipendenti; per cui non mi occorre
denaro. Quanto alle onorificenze conferite ad alcuni dei miei
lavori sui fondamenti, sono convinto che solo il tempo darà
prova della fertilità di nuove idee o visioni. La fertilità si
misura con il risultato e non con un riconoscimento.
2) Noto, inoltre, che tutti i ricercatori di alto livello, ai
quali un prestigioso premio come quello Crafoord è indirizzato,
hanno una posizione sociale che dà loro più ricchezza
materiale e più prestigio scientifico di quanto sia necessario,
con il potere e i privilegi che ne conseguono. Eppure, non
è chiaro che la sovrabbondanza di alcuni è possibile solo al
costo delle necessità altrui?
3) Il lavoro che mi ha portato alla cortese attenzione della
Accademia lo terminai venticinque anni fa, quando facevo
parte della comunità scientifica ed essenzialmente ne condividevo
lo spirito e i valori. Sono uscito da quell’ambiente nel
1970 e, sebbene la ricerca scientifica abbia continuato ad appassionarmi,
interiormente mi sono ritirato sempre più dal
“milieu” scientifico. Nel frattempo, l’etica della comunità
scientifica (perlomeno dei matematici) è decaduta al punto
che il furto dichiarato tra colleghi (specialmente alle spese di
coloro i quali non sono in condizione di difendersi) è quasi
diventato la norma ed è, a ogni modo, tollerato da tutti,
persino nei casi più evidenti e iniqui. A queste condizioni,
accettare di partecipare al gioco dei premi e delle onorificenze
significherebbe anche dare la mia approvazione a uno spirito
e a una tendenza nel mondo scientifico che io considero come
essere fondamentalmente malsana e per di più condannata a
scomparire presto, essendo tale spirito e tendenza così rovinosi,
spiritualmente, intellettualmente e materialmente.
La terza ragione è per me di gran lunga la più importante,
anche se non va intesa, in nessun modo, come una critica
all’Accademia reale e al come intende amministrare i suoi
secolo
degli eventi totalmente imprevisti cambieranno completamente
il nostro concetto di “scienza” e dei suoi obiettivi e lo
spirito con cui il lavoro scientifico è svolto. Certamente, a
quel tempo l’Accademia reale sarà fra le istituzioni e le persone
che giocheranno un ruolo importante in questo rinnovamento
senza precedenti, dopo un equivalente collasso della
civiltà senza precedenti. Mi dispiace dell’inconveniente che
può aver causato a lei e all’Accademia reale il mio rifiuto
di ricevere il premio Crafoord, soprattutto per il fatto che
il premio era già stato pubblicizzato prima che i candidati
avessero accettato. Tuttavia, non ho mai rinunciato ad esprimere
la mia opinione sulla comunità scientifica e sulla
“scienza ufficiale” di oggi nota alla stessa comunità e specialmente
ai miei vecchi amici e ai miei giovani studenti del
mondo matematico. Ciò che penso si trova in Récoltes et
Semailles, una lunga riflessione sulla mia vita di matematico,
sulla creatività in generale e sulla creatività scientifica
in particolare; questo saggio è diventato inaspettatamente un
ritratto dei principi morali del mondo matematico dal 1950
fino a oggi. In attesa che venga pubblicato sotto forma di libro,
un’edizione provvisoria di duecento copie è stata spedita
ai colleghi matematici, principalmente ai geometri algebrici
(che adesso mi fanno onore commemorandomi). In un plico
a parte, le invio le due parti introduttive per sua informazione
personale. Di nuovo ringrazio lei e l’Accademia reale svedese
e porgo le mie scuse per l’inconveniente non voluto. La prego
di accettare i miei più sentiti omaggi.

A. Grothendieck
 

(da un articolo di
Luca Barbieri Viale)

 

[Phragmenta] Quanti di Testo
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Notti che hai un tale buio davanti che sembra solido, un petrolio fradicio che sai di stare attraversando a fatica, denso troppo denso per qualunque luce, un buio che sembra volerti mangiare, e i fari non servono a niente, illuminano ad interim una notte che forse ti porti nel cuore perchè va bene il buio, ma adesso si esagera. Scuro\chiaro, leggi il margine, il confine tra la luce dei lampioni che fanno da oasi nell’abisso scandisce irregolare (nè sai dire dove SIA l’irregolarità, in te o in loro) il tempo, quadretta uno spazio che ormai lo sappiamo, non esiste finchè non vi giustapponiamo una rete, un filtro, una sigaretta che ci fuma. Dove finisce quella luce, quel buio? Esistono o no Buio o Luce, che siano perfetti in sè stessi?

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"Ogni cosa si rompe" ho pensato mentre raccoglievo tutto ciò che rimaneva della "mia" bici da universitario ("mia" perchè prima di passare nelle mie mani fu d’altri,e prima di loro d’altri ancora, e prima di loro fu forse un Demiurgo benevolo ad assemblare materia informe in due aste di ferro e due ruote e a insufflargli la vita chiamandola "Graziella").

Ogni cosa si rompe, si consuma. Basta trovare il dente abbastanza duro da spezzarla.
Catene, metaforiche e non.
Legami, metaforici e non.
Idee.

Aspetterò dunque. Il tuo legame sarà eroso dal mio scorrere acquatico: io sono l’acqua, che nei secoli scava la pietra. Con calma. Dedizione.
Non sono (non so essere) la tenaglia che spezza gli anelli, quelli di ferro di una catena o le vere con cui si imprigionano le dita gli amanti, illusi dal sogno di sopravvivere all’oro: meglio per me, per l’idole che il Cielo mi diede, essere il fiume, che se trova la roccia a sbarrargli il cammino la evita scorrendogli ai lati. Nulla più che un ruscello montano. Nulla più della piena del Nilo.

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Il modus dell’essere è forse l’alternanza. Giorno/notte, caldo/freddo, alto/basso, bianco/nero, uomo/donna. Ogni cosa trova delimitazione e senso nell’avere una nemesi. L’esperibile si basa sul concetto di contrapposizione. Ciò che non può essere contrapposto non ha senso nè misura, non ha norma per poter essere confrontato con l’altro da sè. Il limite e non il contenuto. Non ciò che le cose sono in sè stesse, ma ciò che esse sono nel loro essere diverse dal resto. Lo sciente non parla dello scibile in quanto da-sè, ne parla in quanto differenza. L’interloquio è nientemeno che tracciare un margine, limitare l’esprimibile dalla potenza all’atto, calare nei panni miseri del linguaggio (lineare) la sequenza circolare di puro gesto. Ed è di più (di meno?). Esprimersi è SOLO quel margine. L’essere sta in bilico su un filo, e anzi esso è il filo in sè.

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Vi è una parola che non può essere pronunciata, che non è mai stata pronunciata.
Proibita da sempre, di essa si è persa la forma. Si è fatta nei secoli orpello, inutile somma di segni che non hanno mai calcato la lingua di nessun mortale.
In una delle trecentocinquantamila sillabe del Clementinum è nascosto Dio: nessuno ha messo in conto che il suo Nome potrebbe essere impronunciabile, paradossalmente blasfemo e cacofonico, un'accozzaglia di rutti e gorgoglianti borborigmi, troppo lungo: se a sillabare la possanza di un nume fossero necessari eoni ed eoni di fiato, che utilità potrebbe avere conoscerne la natura? Il nome di Dio, o di una semplice rosa, sarebbe nei secoli e nei millenni monito alla nostra limitatezza, della nostra mortalità. Ancora risuona la prima sillaba che ha dato i natali al creato, l’Om primigeno che è, nella nostra percezione azzardata e tecnocratica, la radiazione cosmica, il vagito iniziale di un Universo che, tolto dall’utero caldo del Possibile, entra nel Reale e si fa Cosmo, fecondato da uno degli (infiniti?) spermatozoi della combinatorica.
Non è mai stato detto, nè a ragione nè invano, questo nome di Dio. Tutto ciò che popola questo mondo è indegno della sua perfezione? Un Dio che crea un mondo che non può dirne il nome, che "Dio" si trova ad essere? Nessuno ne può testimoniare la presenza, se non con una perifrasi, nessuno può dire che "Egli è", trovandosi tradizionalmente (psicologicamente) bloccato da un Verbo che non è tale (non può nemmeno esser fatto parola, come potrebbe poi farsi carne?).

Jojo's Bizarre Adventures
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Non sono uso postare dei video, ma.





Togliere il top del charleston, per dio, togliere il top del charleston.
:O

(no subject)
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Il mio ricordo è incespicato in un sogno che ti riguardava. Ti rivedo come ti ho vista quella mattina di novembre, eri arrivata di corsa in una grande aula che d'improvviso con te dentro si era svuotata, come di colpo le stelle nel Cielo si fanno fioche in confronto alla luce del Sole. Svegliata troppo tardi, ti piaceva e tuttora so che ti piace sonnecchiare con fare gattesco specie quando fuori piove come oggi, gocce rotonde e grandi che abbeverano i campi e si fanno beffe di questo asfalto tumido. Sei arrivata coi capelli ancora umidi (non di pioggia, come tutti hanno pensato, ma di shampoo... fare in fretta va bene, ma ci sono riti che la mattina vanno rispettati!), e in quel momento mi sei sembrata la Vita, quella che anche se la scrivi con la maiuscola è sempre qualcosa di più grande. Eri per me l'immagine della Madre Terra. Serena e stabile, immensa e lievissima, ti ho immaginata poggiare il piede nudo sul cemento e d'improvviso da lì un fiore sbriciolare in mille pezzi il calcestruzzo. Ti immagino centellinare con cura le cose che tocchi, perchè sai che quel che con te viene a contatto ne esce più Bello, più vero, più sensato. Come una nuova regina Mida, che però trasforma l'oro in qualcosa che gli è ancora più prezioso...
Con tanta violenta dolcezza si imponeva a me la tua presenza da farmi apparire risibile il nostro tentativo di inscatolare la natura in un'aiuola. Il profumo di balsamo dei tuoi capelli, così neri, così tanti, così ricci da fare impallidire il cerchio di Giotto, lo conservo tuttora come uno dei ricordi più eccitanti che ho di te.
Ti ho sognata con la stessa forza anche in quel giorno d'aprile, avevi messo la gonna a grandi fiori colorati che tanto ti piaceva (e piaceva anche a me, fatico a trovare qualcuno a cui non sia piaciuta). Quella mattina quasi sembrava il Sole avesse prediletto te, volesse illuminare te in particolare, te che già parevi sostenuta da quella materia leggerissima di cui sono fatte le ali delle farfalle. Si poteva essere anche dell'umore più nero, salutarti era salvifico, era come sciogliere una goccia d'inchiostro in un oceano vastissimo e calmo, verde proprio di quel colore che ha la Pace.
Ora sei lontana. Sei felice, sapere questo è sufficiente a quietare ogni mio pensiero nostalgico. Ti ricordi come ci siamo lasciati? Un giorno -ti dissi, balbettando timidamente questi sentimenti- io ti rivedrò (e sì, non è un'ipotesi o una speranza, un giorno questo accadrà), e dopo averti salutata ed essermi di nuovo purificato di ogni peso, ti dirò queste esatte parole: "Hai visto? Sono cresciuto anche per te, sono diventato quello che tu mi hai insegnato ad essere. Un giorno darai il tuo nome a una stella importante, e a quel punto sarà fatta, sarà come potersi telefonare gratis in ogni momento. Mi basterà alzare gli occhi al cielo e dire: almeno per i prossimi cinquecento milioni di anni so trovare il mio Nord."

Geburah
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"Pim, non ci sono gli archetipi, c'è il corpo. Dentro la pancia è bello, perché ci cresce il bambino, si infila il tuo uccellino tutto allegro e scende il cibo buono saporito, e per questo sono belli e importanti la caverna, l'anfratto, il cunicolo, il sotterraneo, e persino il labirinto che è fatto come le nostre buone e sante trippe, e quando qualcuno deve inventare qualcosa di importante lo fa venire da lì, perché sei venuto di lì anche tu il giorno che sei nato, e la fertilità è sempre in un buco dove qualcosa prima marcisce e poi ecco là, un cinesino, un dattero, un baobab. Ma alto è meglio che basso, perché se stai a testa in giù ti viene il sangue alla testa, perché i piedi puzzano e i capelli meno, perché è meglio salire su un albero a coglier frutti che finire sottoterra a ingrassare i vermi, perché raramente ti fai male toccando in alto (devi essere proprio in solaio) e di solito ti fai male cascando verso il basso, ed ecco perché l'alto è angelico e il basso diabolico. Ma siccome è anche vero quel che ho detto prima sulla mia pancina, sono vere tutte e due le cose, è bello il basso e dentro, in un senso, e nell'altro è bello l'alto e il fuori, e non c'entra lo spirito di Mercurio e la contraddizione universale. Il fuoco tiene caldo e il freddo ti fa venire la broncopolmonite, specie se sei un sapiente di quattromila anni fa, e dunque il fuoco ha misteriose virtù, anche perché ti cuoce il pollo. Ma il freddo conserva lo stesso pollo e il fuoco se lo tocchi ti fa venire una vescica grossa così, quindi se pensi a una cosa che si conserva da millenni, come la sapienza, devi pensarla su un monte, in alto (e abbiam visto che è bene), ma in una caverna (che è altrettanto bene) e al freddo eterno delle nevi tibetane (che è benissimo). E se poi vuoi sapere perché la sapienza viene dall'Oriente e non dalle Alpi Svizzere, è perché il corpo dei tuoi antenati alla mattina, quando si svegliava che era ancora buio, guardava ad est sperando che sorgesse il sole e non piovesse, governo ladro."

"Sì, mamma."

"Certo che sì, bambino mio. Il sole è buono perché fa bene al corpo, e perché ha il buon senso di riapparire ogni giorno, quindi è buono tutto quello che ritorna, non quello che passa e va e chi s'è visto s'è visto. Il modo più comodo per ritornare da dove si è passati senza rifare due volte la stessa strada è camminare in circolo. E siccome l'unica bestia che si acciambella a cerchio è il serpente, ecco perché tanti culti e miti del serpente, perché è difficile rappresentare il ritorno del sole arrotolando un ippopotamo. Inoltre se devi fare una cerimonia per invocare il sole, ti conviene muovere in circolo, perché se muovi in linea retta ti allontani da casa e la cerimonia dovrebbe essere brevissima, e d'latra parte il circolo è la struttura più comoda per un rito, e lo sanno anche quelli che mangiano fuoco sulle piazze, perché in circolo tutti vedono allo stesso modo chi sta al centro, mentre se un'intera tribù si mettesse in linea retta come una squadra di soldati, quelli più lontano non vedrebbero, ed ecco perché il cerchio e il movimento rotatorio e il ritorno ciclico sono fondamentali in ogni culto e in ogni rito."

"Sì mamma."

"Certo che sì. E adesso passiamo ai numeri magici che piacciono tanto ai tuoi autori. Uno sei tu che non sei due, uno è quel tuo affarino lì, una è la mia affarina qui e uni sono il naso e il cuore e quindi vedi quante cose importanti sono uno. E due sono gli occhi, le orecchie, le narici, i miei seni e le tue palle, le gambe, le braccia e le natiche. Tre è più magico di tutti perché il nostro corpo non lo conosce, non abbiamo nulla che sia tre cose, e dovrebbe essere un numero misteriosissimo che attribuiamo a Dio, in qualunque posto viviamo. ma se ci pensi, io ho una sola cosina e tu hai un solo cosino -- sta' zitto e non fare dello spirito -- e se mettiamo questi due cosini insieme viene fuori un nuovo cosino e diventiamo tre. Ma allora ci vuole un professore universitario per scoprire che tutti i popoli hanno strutture ternarie, trinità e cose del genere? Ma le religioni non le facevano mica col computer, era tutta gente per bene, che scopava come si deve, e tutte le strutture trinitarie non sono un mistero, sono il racconto di quel che fai tu, di quel che facevano loro. Ma due braccia e due gambe fanno quattro, ed ecco che quattro è lo stesso un bel numero, specie se pensi che gli animali hanno quattro zampe e a quattro zampe vanno i bambini piccoli, come sapeva la Sfinge. Cinque non parliamone, sono le dita della mano, e con due mani hai quell'altro numero sacro che è dieci, e per forza sono dieci persino i comandamenti, altrimenti se fossero dodici quando il prete dice uno, due, tre e mostra la dita, arrivato agli ultimi due deve farsi prestar la mano dal sacrestano. Adesso prendi il corpo e conta tutte le cose che spuntano dal tronco, con braccia, gambe testa e pene sono sei, ma per la donna sette, per questo mi pare che tra i tuoi autori il sei non sia mai stato preso sul serio se non come doppio di tre, perché funziona solo per i maschi, i quali non hanno nessun sette, e quando comandano loro preferiscono vederlo come numero sacro, dimenticando che anche le mie tette spuntano in fuori, ma pazienza. Otto -- mio dio, non abbiamo nessun otto... no, aspetta, se braccia e gambe non contano per uno, ma per due, per via del gomito e del ginocchio, abbiamo otto grandi ossa lunghe che sballonzolano in fuori, e prendi queste otto più il tronco e hai nove, che se poi ci metti la testa fa dieci. Ma sempre girando intorno al corpo ne cavi fuori tutti i numeri che vuoi, pensa ai buchi."

"I buchi?"

"Sì, quanti buchi ha il tuo corpo?"

"Be'" mi contavo "Occhi narici orecchie bocca culo, fa otto."

"Vedi? Un'altra ragione per cui otto è un bel numero. Ma io ne ho nove! E col nono ti faccio venire al mondo, ed ecco perché nove è più divino di otto! Ma vuoi la spiegazione di altre figure ricorrenti? Vuoi l'anatomia dei tuoi menhir, che i tuoi autori ne parlano sempre? Si sta in piedi di giorno e sdraiati di notte -- anche il tuo cosino, no, non dirmi cosa fa di notte, il fatto è che lavoro diritto e si riposa sdraiato. E quindi la stazione verticale è vita, ed è in rapporto col sole, e gli obelischi si rizzano in su come gli alberi, mentre la stazione orizzontale e la notte sono sonno e quindi morte, e tutti adorano menhir, piramidi, colonne e nessuno adora balconi e balaustrate. Hai mai sentito parlare di un culto arcaico della ringhiera sacra? Vedi? E anche perché il corpo non te lo permette, se adori una pietra verticale, anche se siete in tanti la vedete tutti, se invece adori una cosa orizzontale la vedono solo quelli in prima fila e gli altri spingono dicendo anch'io anch'io e non è un bello spettacolo per una cerimonia magica..."

"Ma i fiumi..."

"I fiumi non è perché sono orizzontali, ma perché c'è dentro l'acqua, e non vorrai che ti spieghi il rapporto tra acqua e corpo... Oh insomma, siamo fatti così, con questo corpo, tutti, e per questo elaboriamo gli stessi simboli a milioni di chilometri di distanza e per forza tutto si assomiglia, e allora vedi che le persone con sale nella testa se vedono il fornello dell'alchimista, tutto chiuso e caldo dentro, pensano alla pancia della mamma che fa il bambino, e solo i tuoi diabolici vedono la Madonna che sta per fare il bambino e pensano che sia un'allusione al fornello dell'alchimista. Così hanno passato migliaia di anni a cercare un messaggio, e tutto era già lì, bastava si guardassero allo specchio. "

"Tu mi dici sempre la verità. Tu sei il mio Me, che poi è il mio Sè visto da Te. Voglio scoprire tutti i segreti archetipi del corpo." Quella sera inaugurammo l'espressione "fare gli archetipi" per indicare i nostri momenti di tenerezza. Mentre già mi abbandonavo al sonno, Lia mi toccò una spalla. "Dimenticavo," disse "sono incinta."

Avrei dovuto ascoltare Lia. Parlava con la saggezza di chi sa da dove nasce la vita [...]





Voglio una Lia da ascoltare.

Cantiere
buddha
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So che torneranno presto 100.525 storie di tormento
Se ritornerai Saranno 100.500 battiti Per unità di tempo.


I 400 Folpi...
buddha
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...AKA della forma ovale che può acquistare un sogno.

(no subject)
buddha
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L'arrivo della primavera muove in me sentimenti contrastanti. A  salvarmi dalla pazzia c'è per fortuna ancora l'onanismo mentale.  L'ultima avventura riguarda un certo Borges, che un mio pari studioso  di massimi sistemi si è divertito a criticare durante la settimana  appena trascorsa.
Non avendo voglia di rendere il tutto fluente, copio-incollo i pezzi  importanti della discussione, avvenuta per mail e sms.
L'argomento è "la Biblioteca di Borges è finita o infinita?"


"Con un insieme finito, seppur grande, di informazioni, non si può  descrivere una infinità di concetti.
Facendo l'esempio più semplice, tantissime combinazioni possono  esprimere infiniti concetti, pensa ad esempio all'alfabeto binario: 1 e  0. Per quante combinazioni tu possa fare di sicuro non potrai esprimere  ogni numero se non disponi di infiniti posti dove mettere le cifre. Se  tu dici che bastano dimmi qual è il limite... Ci sarà un numero finito  di posti per cui il tuo ragionamento permette di esprimere infiniti  numeri, quindi infinite parole, infiniti codici-macchina ecc..."

"Ma pensa allora agli assiomi di Peano. Cinque stringhe finite di  informazione possono generare "ciclando la funzione successore" tutti i  numeri naturali (e quindi da lì qualunque insieme numerabile). E poco  importa se non li hai elencati, l'informazione si è creata lo stesso,  in una maniera forse anche più elegante che non con la mera  "recitazione" della successione dei numeri. Volendo, ogni frammento di  informazione può essere reso quanto vicino si vuole al continuo, anche  se ora mi taglierai le braccia parlando di qubit e altre cose simili."

"Ogni elemento ha un successore. Quindi non c'è limite. Prova a  definire la Biblioteca con qualcosa di simile ai cinque assiomi di  Peano. Non regge, Peano non pone limiti alla lunghezza dei "numeri"  (dato che si può parlare wlog di numeri, ma il discorso si può  estendere con poca fatica), cosa che invece Borges fa, credendosi  addirittura elegante..."
Per farti un esempio, prendi un cerchio ed un suo raggio. Stacca dal  raggio un angolo che sia un multiplo irrazionale di 2\pi: di sicuro  prima o poi toccherai tutti i punti della circonferenza, ma non ne  esci. Devi percorrere per un tempo infinito tale percorso, proprio  perchè un numero irrazionale è aperiodico. Azzardando: in qualche punto  dello sviluppo decimale di \pi esiste una stringa che in binario, in  easdecimale o in un qualunque altro alfabeto di decodifica delle  lettere contiene l'intera Biblioteca. E avanza spazio per altrettante  Biblioteche analoghe, o differenti dalle infinite altre per una sola  lettera, o diverse in ogni punto, o risultanti da sconvolgimenti totali  dell'ordine delle lettere..."

"Secondo me non c'entra... Tu fai esempi che sono veri al continuo, ma  ricorda che la Biblioteca è, per assioma, costituita da un insieme  discreto di elementi (bada, discreto: addirittura di cardinalità  finita). Casomai ad essere infinito (e periodico) è il succedersi di  Biblioteche uguali tra loro, che io trovo un'ipotesi pesantemente  stoica ma anche pesantemente elegante. Per dire, io potrei provare a  usare l'argomento diagonale di Cantor per dimostrare che esiste almeno  un libro al di fuori di quelli che credevo essere "tutti" i libri. Ma  la cosa non funziona perchè tu non hai libri di lunghezza infinita..  supponi di aver elencato tutti i libri. Avrai quindi la possibilità di  "godelizzare" l'insieme B (la Biblioteca) assegnando ad ogni libro un  certo numero naturale, non importa secondo che regola. A quel punto  però renditi conto che saranno numeri finiti. Se io scelgo il numero  (cioè il libro, data la fichissima biiezione che ho costruito) che  differisce dal primo libro nella prima lettera, dal secondo libro nella  seconda lettera, dal terzo nella terza e così via, ottengo un libro che  non sta in... no, un attimo, ci sta eccome! Basta che stia in tutti  quei libri che hanno una indicizzazione superiore a K, ove K=c*r*p ( sono i caratteri, r le righe, p le pagine... dovremmo essere intorno ai  900000 se non ricordo male), libri che hanno tutto il diritto di  esistere e il cui insieme, ci scommetto la mia copia del De Ludo Aleae,  contiene quel libro differente da tutti e K. Quindi nessun assurdo, si  possono effettivamente enumerare tutti i libri.
Vedi, il problema secondo me è logico più che analitico, combinatorico  o algebrico. Si potrebbe dare una interpretazione "bibliofila" del  teorema di Godel? E soprattutto, come definire oggettivamente un  "concetto"? Come ti ho detto i numeri naturali sono costruibili per  enumerazione (metodo ricco di informazione ma bruto) oppure per  assiomatizzazione (metodo povero di informazione ma sintetico e anche  elegante)... le due formulazioni sono equivalenti o no?

[Pausa, per stanchezza dei contendenti]

"La mia critica non è sulla finitezza dell'alfabeto, ma su quella dei  libri... Se la definizione di concetto non è ben posta, allora facciamo  metafisica e il valore di verità dato alle parole è del tutto  arbitrario. Ma se ci spsotiamo nel regno del concretoe associamo al  termine "concetto"  il significato di "informazione" allora tutto mi da  ragione. A parte forse, ma ci ho appena pensato, se la finitezza  dell'Universo implichi quella dell'informazione e dei concetti  esprimibili."

"Esattamente quella è la tesi di Borges. Finitezza dei concetti =  condanna all'eterno ritorno = tristezza perchè siamo giocatori di un  gioco di regole ignote ordito da menti a noi inconcepibili che si  affannano a cercare il Libro e il suo custode ma sono preda della loro  mortalità. Ma vai avanti, mi interessa."

"La questione ora diventa fisica. L'universo visibile si espande alla  velocità della luce, quindi considerrarlo finito è un pelo azzardato.  Inoltre lo spazio non è quantizzato. Se lo fosse la cosa potrebbe  filare, ma SOLO a patto di dire che la Biblioteca stessa non è un nuovo  concetto a sè stante."

"Sulla quantizzazione dello spazio non mi esprimo. Ma dire che  l'Universo si espande ammetti che è un implicito di "l'Universo è  finito", dando alla parola Universo il valore di "ente organizzato e  rispondente alle leggi della relatività generale". Siamo bolle  organizzate in un magma caotico, è un modo molto elegante di vedere  l'Universo, quello di pensarlo in termini di schiuma casuale. Invece è  interessante l'ultimo concetto. Esiste un libro che parla della  Biblioteca e la descrive? Esiste un libro che parla del libro che  descrive la Biblioteca? Certamente sì, ma non credo che questo da solo  basti a farne crollare la finitezza. Il problema però è fine:  generalizziamo. Se A è un alfabeto fatto da k simboli, le possibili  stringhe di informazione di lunghezza infinita sono ovviamente infinite  (numerabili). Ma se noi vogliamo solo le combinazioni lunghe p simboli,  la questione è più intricata! Saranno, tipo, le combinazioni con  ripetizione dei k simboli presi a gruppi di p stringhe... Ma un aspetto  che Borges non approfondisce è l'interdipendenza tra i simboli:  esistono ovviamente libri che si riferiscono ad altri libri, ma che  dire di libri che parlano di argomenti che è impossibile esaurire del  tutto in una stringa di p simboli? Sono ovviamente ammesse perifrasi,  riassunti o notazioni che abbrevino l'esposizione, ma fino a che punto?  Esiste un "quanto di informazione" talmente piccolo o talmente  primitivo da non poter essere ricondotto a nessun altro ente? Esiste un  libro che parla dell'argomento x in p caratteri, la sua esistenza  implica quella di un libro che parla di x in p-1 caratteri e  sostituisce al p-esimo una lettera a caso (anzi, ne esistono 21, uno  per ogni lettera possibile). Lo stesso ragionamento porta a capire come  possa esserci un libro che parla di x in p-2 caratteri, e 21*21 libri  che occupano gli ultimi due posti per altro. E così via, però io mi  chiedo, è lecita l'induzione inversa fino a dire che esiste un libro  che parla di x in UN carattere e usa p-1 caratteri per dire altro? Il  passo successivo sarebbe un assurdo dialettico, un libro che esaurisce  un argomento in 0 caratteri! Per non parlare del fatto che se ciò fosse  possibile, ogni libro parlerebbe di qualunque argomento, basterebbe  poter costruire una qualche successione (e questo come sai è sempre  possibile) che parte da un qualche libro arbitrario e arriva al libro  j-esimo, e giustifica il fatto che un libro che si compone solo di una  serie metodica di mjhkdl parla, secondo noi, del volto di Dio.. si  perde qualunque tipo di convenzione logica, ogni cosa parla di tutto e  di nulla. Sorprendente."

"Credo di aver raggiunto un argomento che esaurisce la questione. La  Biblioteca si espande, perchè essa deve contenere in un libro l'idea  della sua interezza senza quel libro. E il successivo deve contenere a  sua volta il concetto dell'interezza della Biblioteca prima di lui. E  così via, all'infinito, i libri sono infiniti, dato che ogni libro deve  essere differente dagli altri e che per ogni libro che parla della  totalità di s libri ne esiste uno che parla della totalità per s+1  libri."

...

Qui non ha saputo che dire e mi sono ritirato per pensare, ma la  domanda rimane. La questione è veramente esaurita? Che ne è  dell'ipotesi finale nell'ultima nota del racconto, quella del "serico  vademecum" di infinite pagine infinitamente sottili? Le domande sulla  finitezza sono fondate? Esiste un modo univoco di definire "concetti"   e "informazioni", che possa aiutare la disamina? Che ne è inoltre della  supposta struttura periodica della Biblioteca?

Giro la domanda ai volenterosi, l'amico che mi ha supportato si è "esaurito" abbastanza ma io ho ancora voglia di approfondire.

(no subject)
buddha
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[killyourchristmas]
buddha
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Ventitrè e cinquantanove, se proprio devo dire qualcosa sul Natale appena trascorso dico due cose.
Una è una lettera gradita, che vi giro perchè contiene cose che meritano di essere rilette e che voglio avere qui pronte in caso di emergenza.

La più bella sensazione è il lato misterioso della vita.
E' il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura.
Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono spenti. L'impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l'altro, la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi. Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l'oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo con cui l'esercitiamo su noi stessi.
Non voglio e non possono figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee. Mi basta sentire il mistero dell'eternità della vita, avere la coscienza e l'intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell'intelligenza che si manifesta nella natura.
Difficilmente troverete uno spirito profondo nell' indagine scientifica senza una sua caratteristica religiosità.
Ma questa religiosità si distingue da quella dell'uomo semplice: per quest'ultimo Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo, un essere col quale corrono, in una certa misura, relazioni personali per quanto rispettose esse siano: e un sentimento elevato della stessa natura dei rapporti fra figlio e padre.
Al contrario, il sapiente e compenetrato dal senso della causalità per tutto ciò che avviene.
Per lui l'avvenire non comporta una minore decisione e un minore impegno del passato; la morale non ha nulla di divino, e una questione puramente umana.La sua religiosità consiste nell'ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente cosi superiore che tutta l'intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo. Questo sentimento è il leit-motiv della vita e degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dalla tirannia dei suoi egoistici desideri. Indubbiamente questo sentimento è parente assai prossimo di quello che hanno provato le menti creatrici religiose di tutti i tempi. Tutto ciò che è fatto è immaginato dagli uomini serve a soddisfare i loro bisogni e a placare i loro dolori. Bisogna sempre tener presente allo spirito questa verità se si vogliono comprendere i movimenti intellettuali e il loro sviluppo perché i sentimenti e le aspirazioni sono i motori di ogni sforzo e di ogni creazione umana, per quanto sublime possa apparire questa creazione. Quali sono dunque i bisogni e i sentimenti che hanno portato l'uomo all'idea e alla fede, nel significato più esteso di queste parole? Se riflettiamo a questa domanda vediamo subito che all'origine del pensiero e della vita religiosa si trovano i sentimenti più diversi. Nell'uomo primitivo e in primo luogo la paura che suscita l'idea religiosa; paura della fame, delle bestie feroci, delle malattie, della morte. Siccome, in questo stato inferiore, le idee sulle relazioni causali sono di regola assai limitate, lo spirito umano immagina esseri più o meno analoghi a noi dalla cui volontà e dalla cui azione dipendono gli eventi avversi e temibili e crede di poter disporre favorevolmente di questi esseri con azioni e offerte, le quali, secondo la fede tramandata di tempo in tempo, devono placarli e renderli benigni. E in questo senso io chiamo questa religione la religione del terrore; la quale, se non creata, è stata almeno rafforzata e resa stabile dal formarsi di una casta sacerdotale particolare che si dice intermediaria fra questi esseri temuti e il popolo e fonda su questo privilegio la sua posizione dominante.
Spesso il re o il capo dello stato, che trae la sua autorità da altri fattori, o anche da una classe privilegiata, unisce alla sua sovranità le funzioni sacerdotali per dare maggior fermezza al regime esistente; oppure si determina una comunanza d'interessi fra la casta che detiene il potere politico e la casta sacerdotale.
C'e un'altra origine dell'organizzazione religiosa: i sentimenti sociali. Il padre e la madre capi delle grandi comunità umane, sono mortali e fallibili. L'aspirazione ardente all'amore, al sostegno, alla guida, genera l'idea divina sociale e morale.
E' il Dio-Provvidenza che protegge, fa agire, ricompensa e punisce. E' quel Dio che, secondo l'orizzonte dell'uomo, ama e incoraggia la vita della tribù, l'umanità e la vita stessa; quel Dio consolatore nelle sciagure e nelle speranze deluse, protettore delle anime dei trapassati.
Tale è l'idea di Dio considerata sotto l'aspetto morale e sociale. Nelle Sacre Scritture del popolo ebreo si può seguire bene l'evoluzione della religione del terrore in religione morale che poi continua nel Nuovo Testamento.
Le religioni di tutti i popoli civili, e in particolare anche dei popoli orientali, sono essenzialmente religioni morali.
Il passaggio dalla religione-terrore alla religione morale costituisce un progresso importante nella vita dei popoli.
Bisogna guardarsi dal pregiudizio che consiste nel credere che le religioni delle razze primitive sono unicamente religioni-terrore e quelle dei popoli civili unicamente religioni morali.
Ogni religione è in fondo un miscuglio dell'una e dell'altra con una percentuale maggiore tuttavia di religione morale nei gradi più elevati della vita sociale.
Tutte queste religioni hanno comunque un punto comune, ed è il carattere antropomorfo  (è qui il punto cruciale!!) dell'idea di Dio: oltre questo livello non si trovano che individualità particolarmente nobili. Ma in ogni caso vi è ancora un terzo grado della vita religiosa, sebbene assai raro nella sua espressione pura ed è quello della religiosità cosmica. Essa non può essere pienamente compresa da chi non la sente poiché non vi corrisponde nessuna idea di un Dio antropomorfo. L'individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l'impronta sublime e l'ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L'esistenza individuale gli da l'impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi gradi dell' evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer.
La religiosità cosmica non conosce dogmi
I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce nè dogmi nè Dei concepiti secondo l'immagine dell'uomo. Non vi è perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla religione cosmica.
Accade di conseguenza che è precisamente fra gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso come atei, ma sovente anche come santi.


La seconda è, semplicemente, che Lombroso avrebbe compreso.

Eppur si Muove
buddha
[info]killyourbuddha
Mi rendo conto che nessuno ha le basi per capire. Ma tant'è, mi leggono in così pochi che... non ho resistito, nell'attimo di introspezione (cui è seguito un LOL parecchio amaro).
... )

(no subject)
buddha
[info]killyourbuddha
Troppo studio fa male:

... )

Pezzi di Posta. Posta a Pezzi.
buddha
[info]killyourbuddha
[...] E ogni tanto provare, con un soffio di voce a dirti che credo ci sia qualcosa di bello al mondo, e che se devo fare un catalogo delle cose belle tu e quel qualcosa siete sotto lo stesso capitolo.

[...] nulla più che modi indiretti e circolari di dire alle persone a cui voglio bene, che voglio loro bene. Per farsi meno male se le risposte sono del tuo genere. Per sentirsi meno stupidi nel dirlo. Per dire una cosa del tipo: "Queste parole messe vicine mi piacciono, non so perchè ma mi fanno pensare a qualcosa di bello. Non credo che anche a te possano fare lo stesso effetto, perchè siamo persone diverse, però volevo farti vedere una bella cosa, come ad un bambino si mostra una coccinella. In fondo al bambino cosa interessa? Eppure è bella! In sintesi, ti voglio bene e uso una bella frase come pretesto per fare un conguaglio di tutte le volte che mi hai stupito con un sorriso, o (più spesso) con un rimprovero."


Una volta mi hai detto che se si vuole essere amati bisogna rendersi amabili. E' stata una cosa che mi ha fatto tanto pensare, e che da ora cerco di mettere in atto ogni volta che posso... Sarà forse un modo un po' troppo ingenuo o infantile di porsi verso gli altri, però per adesso io so farlo così. Niente giri di parole, se ti voglio bene ti voglio bene. E poi, te l'ho detto, tu per me sei la farfalla. Se cerco di prenderti le ali ti distruggo e distruggo con te tutto quello che ci siamo detti finora. Ti pare ch'io sia pronto a perdere una persona del genere?


...una riga alla volta, anche solo una parola alla volta, la sera, per conciliare il sonno, leggi quello che ti ho detto. Ci tengo. Sono cose dette col cuore.

Santacroce, leggi bene l'etichetta (dello Zanichelli)!
buddha
[info]killyourbuddha
Non riesco a scrivere bene, ma voglio scrivere. Leggete il suo libro. Io sono arrivato a metà ma mi arrischio comunque a darne un giudizio, dato che ho come lo strano presentimento che tanto ho letto finora tanto leggerò fino alla fine. Tutti hanno parlato, si sono sgolati da un lato a difendere la possibilità di una persona di esprimere le sue idee, per quanto licenziose siano, dall'altro ergendosi a moralizzatori volendo fare dei falò delle sue pagine. Rido in faccia, personalmente, agli uni e agli altri.
Non ho infatti ancora capito dove sia lo sconcio. Zooerastia, coprofagia, sodomia, orge e delitti sono cose che ogni maschio maggiorenne in buona salute, fisica e mentale, conosce fin dall'età puberale grazie allo stuolo di materiale porno di cui usufruisce nel suo tempo libero. Tanto è trito quel che si legge, che non ti si rizza nemmeno. Si ha la sensazione di sapere cosa accadrà nella pagina dopo, tanto questi osannati dodici mesi sembrano la malacopia di un porno di serie B.

Dove sono la licenziosità, la distruzione di ogni morale, l'annebbiamento e il sovvertimento di ogni ordine? Quel che lei fa, altri prima di lei lo hanno detto e fatto. Il piacere di D'Annunzio letto oggi fa sorridere, se si pensa che ai tempi era un libro scandaloso. Questo libro letto l'anno prossimo farà ridere, tanto rapida è la decadenza di costumi e tanto saturo è ormai il mercato della perversione. Isa, fatti un giro su rotten, ti accorgerai che le cose che racconti in viemmediciotto erano già obs ai tempi di Bonifacio VIII. O al limite, se ha fantasie strane, scrivimi.
Viviamo in una società dove le perversioni vanno crescendo a un ritmo elevatissimo: la gente ama farsi cagare in bocca, farsi mettere sottovuoto, farsi incellofanare nel Domopak, e da secoli ama subire e infliggere le stranezze di cui tu parli... davvero credi che le persone sane di mente si scandalizzino per 'ste quattro vaccate? Cosa dovrebbe farmi vomitare, di preciso? Fa ridere, altro che scandalo.Cosa dovrebbe essere, forse la giovane età delle protagoniste che fanno cose turche? Sarebbe bello fare un film del tuo libro, e vedere come reagisce il pubblico... si dovrebbe cercare una quattordicenne disposta alle bassezze di viemmediciotto. Credi davvero sarebbe difficile trovarne?

E poi non sai l'italiano! Tu dici in una intervista (in soldoni) che secondo te le scuole elementari sono l'unico ciclo di istruzione che ha senso di esistere: ti insegnano a scrivere le lettere, a formare le parole, a comporre le frasi. Ora, io appoggio pienamente questa idea, perchè la vedo come un modo di dire "Attenti, imparate le basi tutto il resto è inutile sovrastruttura" (forse un tuo modo di predicare la fedeltà alla Terra, del tanto caro a te Nietzsche?). Però diavolo, non puoi razzolare così male dopo! Te lo hanno insegnato o no che tra soggetto e predicato non va mai la virgola? Purtroppo lo sanno anche i bimbi ben più piccoli di Desdemona... Al che tu potresti citarmi, oltre a Nietzsche, Bataille e chissà chi altro, alcuni esempi celebri di contravvenzione a questa regola. E allora benissimo, passiamo oltre.
Ti avranno difatti certamente insegnato che le parole che iniziano per pn e ps vogliono l'articolo lo. Te l'hanno insegnato, sì? Pagina 207, e poco dopo 211. E da quelle parti, fai lo stesso "errore" con la parola "pneumatico". Ma già, la storia ce la sta raccontando una fanciulla che parla compiendo complesse deliquiescenze di linguaggio, stravolgendo la grammatica, divertendosi a creare una nuova sintassi. Hai dunque fatto apposta anche questo errore?
Ti hanno (spero) fatto notare che sei una drogata dell'anastrofe. Diamine, ne metti anche dove riescono stilisticamente orrende. Va bene tutto, però quello che hai scritto sembra veramente partorito da una quattordicenne, o da Yoda... Anche questo è voluto?
Alcune trovate sono indubbiamente intelligenti, questo te lo dico per farti capire che il mio giudizio non è solo una pars destruens. E' una bella scelta ambientare la vicenda in un'epoca che potrebbe essere quella vittoriana, ma nel contempo suggerire che i personaggi hanno conoscenze moderne in campo scientifico (divertenti le descrizioni chimiche degli effetti delle droghe). La scelta di non inserire mai discorsi diretti o numeri in cifre fa molto Tabucchi, però appesantisce senza ragione il discorso. Per un caso (s?)fortuito ho sul comodino anche Il Pendolo di Eco e lo sto leggendo. Scrivete nello stesso modo in fondo, solo che tu esageri, estremizzi al massimo quelle che pre lui sono scelte di registro naturali. Credo il tuo sia il primo esempio di pleonasmo nel pleonasmo...

Simpsonizzatevi!
buddha
[info]killyourbuddha

Groening mi avrebbe visto così. Qui.

"E sognai talmente forte/che mi uscì sangue dal naso"
gogol
[info]killyourbuddha
Questo libro, è la Bibbia.



[edit] ma nemmeno questo scherza


Stanchezza Indotta
gogol
[info]killyourbuddha

*Segue un sommesso singhiozzo*


Compenetrazione della Materia
gogol
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Uno ShortMessageSystem ricevuto, che credo meriti di rimanere. Indebitamente lo piazzo qui, più per me che per voi.

"[...] vedi anche di continuare a cercare.. anche quando sarai soddisfatto. Perchè nel momento in cui smetti di cercare ciò che stavi cercando.... l'hai già perso!"


Il Tao è simile a una cosa del genere.

De Hexagonalis Borgesiana Bibliotheca Limes Mirabile Stabilitu. Hanc Marginis Exiguitas non Caperet.
buddha
[info]killyourbuddha
"L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali.[...]. A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque
scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero.[...] Il numero dei simboli ortografici è di venticinque.
[...]
la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue."


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"[...]E si poteva continuare ancora, osservò il Buddha, con il calcolo del numero degli atomi contenuti in tutto il regno, nel nostro mondo e nei tre milioni di mondi contenuti nell'Universo."

Di quanti Libri consta l'universo? Quanti esagoni servono a contenere il Tutto?
Un libro contiene 40*40*410 =656000 lettere.
Il numero di tutti i libri possibili è dato dalle combinazioni con ripetizione dei 25 elementi dell'insieme alfabeto, presi a 656000 alla volta.
Pur se elevato, questo numero è ancora immaginabile ed è

65040681423512750823940476214542846900710367529944916190963221641673934662757798746545042627736017598465767752165001.

Chiamiamo questo numero L. babele contiene L libri. Ogni esagono contiene 6*5*32 = 960 libri. Il numero di esagoni è quindi

L/960 = circa 6.775*10^112


Lo chiameremo E. Purtroppo il numero non è intero, ma possiamo arbitrariamente pensare alcuni esagoni (quelli finali, se effettivamente di una vera fine si può parlare, data la postulata periodicità della Biblioteca) come non completamente pieni, costruiti per permettere all'Universo di raggiungere L.

Ora, quanto spazio servirebbe a Babele per realizzarsi? Supponiamo, di nuovo arbitrariamente, che un esagono sia in realtà un prisma a base
esagonale (Non esistono infatti solidi regolari, platonici, che abbiano come facce esagoni.) con lato 3 m, apotema 3sqrt(3)/2 m (in modo che i triangoli che formano l'esagono di base siano equilateri, per amor di Simmetria) e altezza 3,5 m. Il volume di un esagono è quindi di circa

81.84 metri cubi.

L'intera Babele occupa quindi un volume di

81.84*E metri cubi = circa 5.54*10^114 metri cubi.

Chiamiamo questo volume V.
Tale volume è uguale a quello di una sfera che ha raggio di circa
 
(3V/4pigreco)^1/3 = 1.1*10^38 metri.

Ora, dato che l'universo osservabile (il nostro, quello senza libri) è equiparabile ad una sfera di raggio 10^26 m, Babele starebbe comoda in 10^12 (mille miliardi) dei nostri Universi o, se vi piace di più, in un Universo mille miliardi di volte più grande del nostro (ipotesi elegantissima, data l'impossibilità pratica di dimostrare l'infinitezza del Mondo: un mondo infinito è filosoficamente e fisicamente difficile da sostenere e caratterizzare, laddove invece un mondo finito, ma bastevole a contenere TUTTO sarebbe più equo ed elegante. La legge che vuole le equazioni più belle quelle più concise e semplici, vorrebbe anche che, in assenza di dèi impotenti o sadici, l'Universo sia grande almeno quanto Babele...)

Come per Archimede, che nel suo Arenario cerca di calcolare quanti granelli di sabbia può contenere l'Universo, (inventando a questo scopo anche un sistema di numerazione a parte), il senso del calcolo non è tanto il numero in sè, quanto ciò che esso ci porta a capire. Le posizioni arbitrarie, di dimensione o di collocazione, sono utili solo ai fini di un risultato preciso. Ma poco ci interessa di QUALE sia il numero degli esagoni. A noi come ad Archimede importa di più concludere che per quanto alto possa essere il numero delle combinazioni, esso sarà inevitabilmente finito, risultando da operazioni tra numeri finiti e non nulli ( un esagono di grandezza nulla, un libro dallo spessore infinitesimale... l'inconcepibile pagina centrale non avrebbe rovescio). L'Universo (letterario, ma quale a quale altro campo non si adatterebbe un ragionamento del genere?) si riduce ad un numero, seppur elevato, non infinito di possibilità. La letteratura combinatoria di Queneau, i Centomila miliardi di poemi ... pallidi esempi o miraggi del vero senso della letterautra, che è realizzare Babele. Piccole unità che loro malgrado figurano già nella Bibliotheca, totale ex ipothesi.

Lo stesso ragionamento (già utilizzato dallo stesso Borges, ne Storia dell'Eternità) può condurci a dire che, noto il numero di atomi di cui consta l'Universo osservabile, potremo calcolare senza troppe difficoltà il numero di combinazioni possibili (o di legami chimici, o di reazioni fisiche, o di cambiamenti di stato, o altro) che l'Universo nella sua interezza è destinato a compiere prima di ripetersi, inevitabilmente, in una nuova ekpìrosis. Verrà subito alla mente che comunque la si prenda, il numero di permutazioni che l'Universo è destinato a compiere è di sicuro limitato dal fatto che gli atomi sono vincolati a reagire solo con altri determinati atomi (non tutti i possibili composti dei 92 elementi naturali sono realizzabili, perchè fisicamente impossibili). Meglio ancora, ai fini di questa disquisizione: tale numero è a maggior ragione finito, seppur smisurato oltre ogni immaginazione.





Già Borges scrisse che in un mondo infinito (e giocoforza eterno) tutto accade, e peggio, tutto accade in ogni istante. La vita acquista il senso del vago e del recitato, se qualunque atto compiamo è stato è e sarà compiuto infinite e infinite volte. Infinite volte ascendiamo al dominio dell'Universo, infinite volte moriamo in un duello allepistole la mattina dopo aver passato insonni le nostre ultime ore a delineare la rivoluzionaria teoria dei gruppi. Infinite volte nasciamo e moriamo e infinite volte infiniti noi si accorgono che infiniti altri noi guardano infiniti noi guardarci mentre osserviamo infiniti noi che prendono atto che questo domino dalle tessere giganti e simultanee non avrà mai fine... Questa ipotesi è però ben più elegante, e non scomoda il concetto arduo di infinito, che ha scosso più di un animo nel passato (l'irrazionale e aperiodico dipanarsi dello sviluppo decimale della diagonale di un qudrato di lato 1 è costata un "incidente in acqua" ad un adepto di un non troppo innocente Pitagora.) L'infinito ha in sè tutto e proprio per questo si porta dietro il peso della contraddizione: prendete zero volte infinito (moltiplicate zero per infinito). Cosa avete in mano? Come si fa a "prendere zero volte" una cosa che non può per definizione esser "chiusa" avere "fine"? Ancorchè interessante, questo è altro discorso...

Perchè succeda TUTTO il concepibile, basta che ci sia spazio sufficiente a dare luogo a tutte le possibili permutazioni, combinazioni e ricombinazioni che il numero di atomi (nel senso di componenti ultime della realtà in esame) consente. Ancora una volta, tale numero è, seppur smisurato, non infinito, quindi possibile e soprattutto PASSIBILE di analisi.





Archimede e il suo immenso (ma finito!) Arenario l'hanno dimostrato. Tutto sta a dare un nome ai numeri che si devono utilizzare, e avremo in mano una nuova unità di misura (di confronto, mens-mensura-mensis-metròn-mann hanno tutte la medesima radice: per l'uomo, misura di tutte le cose, esiste ciò che ha misura, ciò che ricade sotto l'afferrabile) utile a stabilire su quali basi inopinabili poggia l'Universo. Ancora una volta l'infinito si trova ad esser altro da Noi, si trova a giacere tra i numeri naturali, opera divina per Kronecker, e l'iniseme di Mandelbrot, opera divina per Penrose.

Mille Miliardi di Universi grandi come il nostro contengono Babele. Che Babele (riferita a tutti i libri possibili, come a tutte le possibili combinazioni di atomi, come a tutte le possibili qualsiasicosa) sia allora definita l'unità di misura del mondo in questione, così come la il numero di Avogadro è l'unità operativa della chimica.

Il nostro piccolo mondo è una PicoBabele. Senza dubbio ha un suo fascino linguistico.
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buddha
[info]killyourbuddha
nella lingua giapponese l'ausiliare più utilizzato non è "essere", e neppure "avere", che tra l'altro nemmeno esiste come verbo... il verbo che viene usato in migliaia di composti è suru: "FARE", mentre un'altro ausiliare usatissimo è naru: "divenire". Per la mentalità giapponese l'essere umano è dunque un essere che fa e nel suo fare diviene, si trasforma..

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