Possiamo affermare che il numero è atto ad afferrare la struttura
degli aggregati discontinui o discreti: i sistemi, sovente
finiti, formati da elementi o oggetti per così dire isolati gli
uni in rapporto agli altri, senza nessun principio di passaggio
continuo da l’uno all’altro. La grandezza al contrario è
la qualità per eccellenza, suscettibile di variazione continua;
attraverso ciò, è atta ad afferrare le strutture e i fenomeni
continui: i movimenti, gli spazi, le varietà di tutti i generi, i
campi di forza etc. Così, l’aritmetica appare (grosso modo)
come la scienza delle strutture discrete, e l’analisi, come la
scienza delle strutture continue.
Quanto alla geometria, possiamo affermare che dopo più
di duemila anni che esiste sotto forma di una scienza nel
senso moderno del termine, è a cavallo di questi due tipi
di strutture, quelle discrete e quelle continue. D’altronde,
per lungo tempo, non vi è stato veramente un “divorzio”
tra due geometrie che sarebbero state di natura differente,
una discreta e l’altra continua. Piuttosto, ci sono stati due
punti di vista diversi nell’investigazione delle stesse figure
geometriche: una mettendo l’accento sulle proprietà discrete
[...] l’altra sulle proprietà continue [...].
è alla fine dell’800 che apparve un divorzio, con l’avvento
e lo sviluppo di ciò che talvolta si è indicato come la geometria
(algebrica) astratta. Grosso modo, questa ebbe come
scopo quello d’introdurre, per ogni numero primo p, una geometria
(algebrica) di caratteristica p, ricalcata sul modello
(continuo) della geometria (algebrica) ereditata dai secoli
precedenti, ma in un contesto, tuttavia, che apparve come
irriducibilmente discontinuo, discreto. Questi nuovi oggetti
geometrici, sono diventati sempre più importanti all’inizio del
’900, e questo, in modo particolare, in vista della loro stretta
relazione con l’aritmetica [...] Sembrerebbe essere una delle
idee direttrici nell’opera di AndréWeil [...] è in questo spirito
che egli ha formulato, nel 1949, le celebri congetture di Weil.
Congetture assolutamente sbalorditive, in verità, che fanno
intravedere, per queste nuove varietà (o spazi) di natura discreta,
la possibiltà di certi tipi di costruzioni e di argomenti
che fino a quel momento sembravano pensabili solamente nel
quadro dei soli spazi considerati come degni di questo nome
dagli analisti [...]
Possiamo ritenere che la nuova geometria è innanzitutto,
una sintesi tra questi due mondi [...] il mondo aritmetico [...]
e il mondo della grandezza continua [...]. In questa nuova visione,
i due mondi un tempo separati, ne formano solo uno.
degli aggregati discontinui o discreti: i sistemi, sovente
finiti, formati da elementi o oggetti per così dire isolati gli
uni in rapporto agli altri, senza nessun principio di passaggio
continuo da l’uno all’altro. La grandezza al contrario è
la qualità per eccellenza, suscettibile di variazione continua;
attraverso ciò, è atta ad afferrare le strutture e i fenomeni
continui: i movimenti, gli spazi, le varietà di tutti i generi, i
campi di forza etc. Così, l’aritmetica appare (grosso modo)
come la scienza delle strutture discrete, e l’analisi, come la
scienza delle strutture continue.
Quanto alla geometria, possiamo affermare che dopo più
di duemila anni che esiste sotto forma di una scienza nel
senso moderno del termine, è a cavallo di questi due tipi
di strutture, quelle discrete e quelle continue. D’altronde,
per lungo tempo, non vi è stato veramente un “divorzio”
tra due geometrie che sarebbero state di natura differente,
una discreta e l’altra continua. Piuttosto, ci sono stati due
punti di vista diversi nell’investigazione delle stesse figure
geometriche: una mettendo l’accento sulle proprietà discrete
[...] l’altra sulle proprietà continue [...].
è alla fine dell’800 che apparve un divorzio, con l’avvento
e lo sviluppo di ciò che talvolta si è indicato come la geometria
(algebrica) astratta. Grosso modo, questa ebbe come
scopo quello d’introdurre, per ogni numero primo p, una geometria
(algebrica) di caratteristica p, ricalcata sul modello
(continuo) della geometria (algebrica) ereditata dai secoli
precedenti, ma in un contesto, tuttavia, che apparve come
irriducibilmente discontinuo, discreto. Questi nuovi oggetti
geometrici, sono diventati sempre più importanti all’inizio del
’900, e questo, in modo particolare, in vista della loro stretta
relazione con l’aritmetica [...] Sembrerebbe essere una delle
idee direttrici nell’opera di AndréWeil [...] è in questo spirito
che egli ha formulato, nel 1949, le celebri congetture di Weil.
Congetture assolutamente sbalorditive, in verità, che fanno
intravedere, per queste nuove varietà (o spazi) di natura discreta,
la possibiltà di certi tipi di costruzioni e di argomenti
che fino a quel momento sembravano pensabili solamente nel
quadro dei soli spazi considerati come degni di questo nome
dagli analisti [...]
Possiamo ritenere che la nuova geometria è innanzitutto,
una sintesi tra questi due mondi [...] il mondo aritmetico [...]
e il mondo della grandezza continua [...]. In questa nuova visione,
i due mondi un tempo separati, ne formano solo uno.
Questa visione unificatrice s’è incarnata nei concetti di schema e topos svelando strutture nascoste: la ricchezza geometrica del mondo discreto è venuta alla luce in tutta la sua bellezza e articolazione, permettendo così la dimostrazione delle suddette congetture di Weil da parte di Grothendieck stesso e di Pierre Deligne, un suo allievo. Il concetto di schema costituisce un vasto ingrandimento o generalizzazione del concetto di varietà algebrica così come era stata studiata dalla scuola italiana e tedesca dei primi anni del novecento. L’idea di schema di Grothendieck e le linee fondamentali di una teoria degli schemi, mediante il concetto di morfismo tra essi ovvero di opportune trasformazioni di schemi, risalgono agli anni 1957–58 e vengono brevemente esemplificate al congresso mondiale dei matematici ad Edimburgo nel 1958. Proprio il concetto di fascio – già introdotto e studiato da Leray e Serre – risulta qui essenziale in quanto permette di ricostruire un dato globale a partire da un ventaglio di dati locali e consente ragionamenti di tipo continuo in ambito discreto. Se la geometria algebrica è lo studio delle equazioni polinomiali e dei luoghi geometrici definiti da queste la teoria dei fasci e degli schemi è l’agile e naturale linguaggio nel quale esprimerla fedelmente, linguaggio atto ad esplicitare finemente la struttura intima di questi enti geometrici.
Montpellier, 19 aprile 1988
Caro Professor Ganelius, la ringrazio per la sua lettera del
13 aprile, che ho ricevuto oggi, e per il telegramma. Il premio
Crafoord insignitomi insieme a Pierre Deligne (che fu mio
studente) quest’anno dall’Accademia reale svedese, accompagnato
da un’ingente somma di denaro, mi ha molto onorato.
Tuttavia, mi rincresce informarla che non desidero accettare
questo premio, come nessun altro, per le seguenti ragioni:
1) Lo stipendio di professore e la pensione, che inizierà dal
prossimo ottobre, sono più che adeguati ai miei bisogni materiali
e a quelli dei miei dipendenti; per cui non mi occorre
denaro. Quanto alle onorificenze conferite ad alcuni dei miei
lavori sui fondamenti, sono convinto che solo il tempo darà
prova della fertilità di nuove idee o visioni. La fertilità si
misura con il risultato e non con un riconoscimento.
2) Noto, inoltre, che tutti i ricercatori di alto livello, ai
quali un prestigioso premio come quello Crafoord è indirizzato,
hanno una posizione sociale che dà loro più ricchezza
materiale e più prestigio scientifico di quanto sia necessario,
con il potere e i privilegi che ne conseguono. Eppure, non
è chiaro che la sovrabbondanza di alcuni è possibile solo al
costo delle necessità altrui?
3) Il lavoro che mi ha portato alla cortese attenzione della
Accademia lo terminai venticinque anni fa, quando facevo
parte della comunità scientifica ed essenzialmente ne condividevo
lo spirito e i valori. Sono uscito da quell’ambiente nel
1970 e, sebbene la ricerca scientifica abbia continuato ad appassionarmi,
interiormente mi sono ritirato sempre più dal
“milieu” scientifico. Nel frattempo, l’etica della comunità
scientifica (perlomeno dei matematici) è decaduta al punto
che il furto dichiarato tra colleghi (specialmente alle spese di
coloro i quali non sono in condizione di difendersi) è quasi
diventato la norma ed è, a ogni modo, tollerato da tutti,
persino nei casi più evidenti e iniqui. A queste condizioni,
accettare di partecipare al gioco dei premi e delle onorificenze
significherebbe anche dare la mia approvazione a uno spirito
e a una tendenza nel mondo scientifico che io considero come
essere fondamentalmente malsana e per di più condannata a
scomparire presto, essendo tale spirito e tendenza così rovinosi,
spiritualmente, intellettualmente e materialmente.
La terza ragione è per me di gran lunga la più importante,
anche se non va intesa, in nessun modo, come una critica
all’Accademia reale e al come intende amministrare i suoi
secolo
degli eventi totalmente imprevisti cambieranno completamente
il nostro concetto di “scienza” e dei suoi obiettivi e lo
spirito con cui il lavoro scientifico è svolto. Certamente, a
quel tempo l’Accademia reale sarà fra le istituzioni e le persone
che giocheranno un ruolo importante in questo rinnovamento
senza precedenti, dopo un equivalente collasso della
civiltà senza precedenti. Mi dispiace dell’inconveniente che
può aver causato a lei e all’Accademia reale il mio rifiuto
di ricevere il premio Crafoord, soprattutto per il fatto che
il premio era già stato pubblicizzato prima che i candidati
avessero accettato. Tuttavia, non ho mai rinunciato ad esprimere
la mia opinione sulla comunità scientifica e sulla
“scienza ufficiale” di oggi nota alla stessa comunità e specialmente
ai miei vecchi amici e ai miei giovani studenti del
mondo matematico. Ciò che penso si trova in Récoltes et
Semailles, una lunga riflessione sulla mia vita di matematico,
sulla creatività in generale e sulla creatività scientifica
in particolare; questo saggio è diventato inaspettatamente un
ritratto dei principi morali del mondo matematico dal 1950
fino a oggi. In attesa che venga pubblicato sotto forma di libro,
un’edizione provvisoria di duecento copie è stata spedita
ai colleghi matematici, principalmente ai geometri algebrici
(che adesso mi fanno onore commemorandomi). In un plico
a parte, le invio le due parti introduttive per sua informazione
personale. Di nuovo ringrazio lei e l’Accademia reale svedese
e porgo le mie scuse per l’inconveniente non voluto. La prego
di accettare i miei più sentiti omaggi.
A. Grothendieck
13 aprile, che ho ricevuto oggi, e per il telegramma. Il premio
Crafoord insignitomi insieme a Pierre Deligne (che fu mio
studente) quest’anno dall’Accademia reale svedese, accompagnato
da un’ingente somma di denaro, mi ha molto onorato.
Tuttavia, mi rincresce informarla che non desidero accettare
questo premio, come nessun altro, per le seguenti ragioni:
1) Lo stipendio di professore e la pensione, che inizierà dal
prossimo ottobre, sono più che adeguati ai miei bisogni materiali
e a quelli dei miei dipendenti; per cui non mi occorre
denaro. Quanto alle onorificenze conferite ad alcuni dei miei
lavori sui fondamenti, sono convinto che solo il tempo darà
prova della fertilità di nuove idee o visioni. La fertilità si
misura con il risultato e non con un riconoscimento.
2) Noto, inoltre, che tutti i ricercatori di alto livello, ai
quali un prestigioso premio come quello Crafoord è indirizzato,
hanno una posizione sociale che dà loro più ricchezza
materiale e più prestigio scientifico di quanto sia necessario,
con il potere e i privilegi che ne conseguono. Eppure, non
è chiaro che la sovrabbondanza di alcuni è possibile solo al
costo delle necessità altrui?
3) Il lavoro che mi ha portato alla cortese attenzione della
Accademia lo terminai venticinque anni fa, quando facevo
parte della comunità scientifica ed essenzialmente ne condividevo
lo spirito e i valori. Sono uscito da quell’ambiente nel
1970 e, sebbene la ricerca scientifica abbia continuato ad appassionarmi,
interiormente mi sono ritirato sempre più dal
“milieu” scientifico. Nel frattempo, l’etica della comunità
scientifica (perlomeno dei matematici) è decaduta al punto
che il furto dichiarato tra colleghi (specialmente alle spese di
coloro i quali non sono in condizione di difendersi) è quasi
diventato la norma ed è, a ogni modo, tollerato da tutti,
persino nei casi più evidenti e iniqui. A queste condizioni,
accettare di partecipare al gioco dei premi e delle onorificenze
significherebbe anche dare la mia approvazione a uno spirito
e a una tendenza nel mondo scientifico che io considero come
essere fondamentalmente malsana e per di più condannata a
scomparire presto, essendo tale spirito e tendenza così rovinosi,
spiritualmente, intellettualmente e materialmente.
La terza ragione è per me di gran lunga la più importante,
anche se non va intesa, in nessun modo, come una critica
all’Accademia reale e al come intende amministrare i suoi
secolo
degli eventi totalmente imprevisti cambieranno completamente
il nostro concetto di “scienza” e dei suoi obiettivi e lo
spirito con cui il lavoro scientifico è svolto. Certamente, a
quel tempo l’Accademia reale sarà fra le istituzioni e le persone
che giocheranno un ruolo importante in questo rinnovamento
senza precedenti, dopo un equivalente collasso della
civiltà senza precedenti. Mi dispiace dell’inconveniente che
può aver causato a lei e all’Accademia reale il mio rifiuto
di ricevere il premio Crafoord, soprattutto per il fatto che
il premio era già stato pubblicizzato prima che i candidati
avessero accettato. Tuttavia, non ho mai rinunciato ad esprimere
la mia opinione sulla comunità scientifica e sulla
“scienza ufficiale” di oggi nota alla stessa comunità e specialmente
ai miei vecchi amici e ai miei giovani studenti del
mondo matematico. Ciò che penso si trova in Récoltes et
Semailles, una lunga riflessione sulla mia vita di matematico,
sulla creatività in generale e sulla creatività scientifica
in particolare; questo saggio è diventato inaspettatamente un
ritratto dei principi morali del mondo matematico dal 1950
fino a oggi. In attesa che venga pubblicato sotto forma di libro,
un’edizione provvisoria di duecento copie è stata spedita
ai colleghi matematici, principalmente ai geometri algebrici
(che adesso mi fanno onore commemorandomi). In un plico
a parte, le invio le due parti introduttive per sua informazione
personale. Di nuovo ringrazio lei e l’Accademia reale svedese
e porgo le mie scuse per l’inconveniente non voluto. La prego
di accettare i miei più sentiti omaggi.
A. Grothendieck





